Dopo anni di latitanza e di sostanziale complicità con lo sfacelo, finalmente, sotto il peso delle centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura che tuttora la sommergono, l’opinione pubblica di Napoli e della Campania sembra cominciare, adesso, a volere farsi sentire. Certo, perlopiù ciò avviene ancora nel modo primitivo con cui in tutta Italia, da nord a sud, si è ormai soliti farsi sentire, e cioè con i blocchi stradali (cui si aggiunge in questo caso l’incendio dei rifiuti), ovvero con proteste sporadiche o, al massimo, con iniziative di risarcimento legale del tipo di quella immaginata dalle associazioni dei commercianti. Voglio dire che ancora manca la minima traccia di quella cosa che si chiama “politica”.
La politica continua a essere sostanzialmente assente, ed è a dir poco sorprendente. È a dir poco sorprendente che in un disastro che colpisce una tra le più grandi regioni del Paese, abitata da circa cinque milioni di persone, che in una catastrofe ecologica che è forse la peggiore in Europa dopo Chernobyl (la spazzatura è niente di fronte all’inquinamento diffuso dei terreni), e che in una situazione di totale collasso amministrativo e istituzionale come questa, non solo continui a mancare un qualsiasi tentativo di dare vita a una forma organizzativa nuova che tenti di convogliare la protesta ponendosi come alternativa rispetto agli inesistenti o corrotti canali tradizionali; ma manchi pure qualunque riflessione, sia pure embrionale, all’altezza della drammaticità delle cose. Eppure senza qualcosa di simile, senza capire le cause profonde e di lungo periodo che hanno condotto alla situazione attuale, non si muoverà mai nulla, e dopo qualche scossa, magari anche violenta, ogni cosa è destinata a restare come prima. È possibile che questa fin troppo ovvia previsione lasci tutti indifferenti, e non metta in moto niente?
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